Il 2014 rischia di essere ricordato come l’anno della Grande Correzione, ma potrebbe anche passare alla storia come quello della definitiva consacrazione dell’Immuno-Oncologia. I due aspetti potrebbero, a dirla tutta, essere anche concatenati, visto che nei 12 mesi che stiamo per affrontare gli equilibri delle Big Pharma si sposteranno inevitabilmente e potremo cominciare a parlare di primatisti e di compagnie che stanno perdendo il treno. Aspettiamo i dati potenzialmente utili per l’approvazione di Nivolumab, quelli di CHECKMATE 012 che stabiliranno l’utilità di combinare anti- e checkpoint inibitori, quelli iniziali di Pharma (IPH) ed il suo lirilumab. E questo solo per quel che riguarda il versante Bristol-Myers Squibb.

Ci sarà tempo per analizzare il fenomeno da vicino, al momento può essere interessante soffermarsi sulle ripercussioni legate alle small cap. I concetto è semplice, se il futuro è questo, chi vuole fare strada si deve adattare. Questo vale sia per i grandi che per i piccoli player del mondo che a noi interessa. Spesso il modo più rapido per adattarsi, se si è Big e si deve colmare un vuoto, è attraverso acquisizioni ed accordi.

Spesso le compagnie più grandi hanno tutto il necessario in casa, ma trovano comunque interessante allargare la cerchia, classico esempio è quello dalla già citata Innate Pharma. BMS è di certo la compagnia numero uno al momento, se si parla di immuno-oncologia. Ha Nivolumab, ha ed ha la combinazione dei due, il tutto in fase registrativa se non addirittura approvata dagli enti regolatori; nonostante ciò si è impegnata con la biotech francese per il loro anti-KIR. Altro esempio: Roche ha Avastin e MDPL3280a, ma ha una partnership con Exelixis riguardo Cobimetinib che, ve ne ho parlato non molto tempo fa, potrebbe tornare estremamente utile.

Chi in casa non aveva molto ma si è mossa con estrema attenzione ed efficacia è AstraZeneca (AZN) che, allo stato attuale delle cose, si trova ad avere un ed un anti- pronti per l’uso, oltre alla partnership con Array che potrebbe essere anche utile alla causa. Vado oltre, AstraZeneca potrebbe essere la sorpresa più grande da questo punto di vista. Sono due gli studi partiti di recente che vedono la combinazione di  (l’anti-PDL1) e (l’anti-CTLA4): una fase 1 nel trattamento di diversi tumori solidi in fase avanzata ed un’altra fase 1 nel trattamento del tumore al polmone.

Interessante anche il caso di Merck & Co e del suo MK-3475 che, forte del suo status di Breakthrough Therapy, si potrebbe trovare ad essere il secondo anti-PD1  approvato a stretto giro di posta rispetto a Nivolumab, con una differenza temporale di anche meno di un anno, anche se rimane indietro nell’approccio delle terapie di combinazione.

Per quel che può valere la mia opinione, vedo sia Merck che Roche in ritardo e questo mi spinge ad ipotizzare che possano far ricorso al mercato per colmare il gap. In particolare trovo interessante la posizione della seconda che potrebbe, grazie proprio ad Exelixis, mitigare in parte il rischio elevato preso nel decidere di puntare così forte su Avastin come compagno per MDPL3280a.

Chi sembra rimanere a margine in questa contesa? Novartis ha fatto una scelta di campo, puntando su CTL019, ossia sulla tecnologia CART (Chimaeric Antigen Receptor T-cell) per riprogrammare le cellule dell’organismo ad aggredire quelle tumorali attraverso l’antigene CD19. I dati presentati lo scorso sono veramente impressionanti, forse anche perché riguardano soggetti pediatrici affetti da leucemia: 19 su 22 pazienti trattati hanno sperimentato una remissione completa grazie a CTL019.

Sfortunatamente ci sono delle evidenti limitazioni.  Tanto per cominciare, il trattamento purtroppo non esclude ricadute (5 recidive fra i 19 pazienti prima citati) e, purtroppo, in alcuni casi i pazienti diventano CD19 negativi, rendendo quindi inutile un successivo trattamento con CTL019. Oltre a questioni legate all’efficacia, non è ancora chiaro quanto il processo di produzione di CTL019 sia scalabile, quanto sia costoso e pratico. In poche parole, quanto assomigli a Provenge di Dendreon (DNDN), visto che la terapia prevede l’isolamento delle cellule, la re-ingegnerizzazione e la successiva infusione nel paziente. Altra questione poco chiara riguarda l’origine di questa tecnologia, presa in licenza da UPenn. Non sembra essere del tutto chiarita la paternità della piattaforma, tuttavia, visto che il St Jude Hospital ha portato l’università in tribunale. St. Jude poi, avendo ceduto alla start up Juno Therapeutics i diritti della tecnologia, ha alzato la posta del problema: cosa accadrebbe se una Big facesse un sol boccone della piccola compagnia? Sarebbe una disputa di notevole interesse riguardo i diritti per l’utilizzo della terapia.

Novartis necessita di un piano B.

Peggio potrebbe andare a Pfizer, Lilly, Sanofi o GSK, giusto per citarne alcuni. Queste compagnie hanno però (anche se meno rispetto a Novartis) la possibilità di intervenire per raddrizzare la rotta. Quali small cap potrebbero tornare utili alla causa? Di alcune ho già parlato spesso in passato e delle private non credo sia il caso di parlare, visto che il mio interesse è dal punto di vista dell’investitore (CoStim e Biothera sono particolarmente interessanti, nel caso qualcuno fosse curioso).

Celldex (CLDX) con è in pole position, ma anche Incyte (INCY) e Genetics (NLNK) potrebbero essere molto appetibili, a vario grado. Altra compagnia della quale intendo parlarvi prossimamente è Macrogenics (MGNX), da poco sbarcata sul mercato NASDAQ. Quest’ultima, che capitalizza ancora una cifra rispettabile, ha tutti gli ingredienti per essere un boccone prelibato per gli investitori. Partner di primissimo livello, tanta cassa fresca ed esperienza in due settori che saranno sotto i riflettori negli anni a venire: immunoterapia e anticorpi bispecifici.

Costa cara, oggi, ma un colpetto come quello occorso ad Epizyme (EPZM) di recente (passata da 30$ a 19 e poi di nuovo a 35$ nel giro di un mese) potrebbe sempre venirci in contro.

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Imprenditore e, da qualche anno, analista biotech.
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